LA SINTONIZZAZIONE AFFETTIVA TRA UOMO E CANE

Quando si diventa più vecchi, si ha il coraggio di dire “mi spiace temo non sia così”. Pazienza poi se il coltello dalla parte del manico lo abbia avuto chi per venti minutini ti è stato gerarchicamente sopra. Se c’è qualcosa per cui il tempo è veramente galantuomo è la ricerca scientifica.. (buono studio).

L’antropomorfismo, base della psicologia comparativa, è sotteso da una dimensione di (relativamente) recentissima scoperta, potremmo affermare. Facciamo riferimento infatti alla scoperta dei “neuroni specchio” (mirror neurons), che fu fatta all’inizio degli anni ‘90 all’Istituto di Fisiologia dell’Università di Parma diretto da Giacomo Rizzolatti. I neuroni specchio, che furono originariamente scoperti nella corteccia pre-motoria dei macachi (Rizzolatti et al., 1996; Gallese et al., 1996), si attivano sia quando vengono eseguite azioni finalizzate a uno scopo, sia quando si osservano le stesse azioni eseguite da altri (in questo caso ovviamente vi è l’inibizione del movimento).
Questa scoperta potrebbe permetterci di comprendere meglio fenomeni quali l’empatia, l’identificazione, lo sviluppo infantile, il capire le intenzioni altrui, e possibilmente anche la teoria della terapia. Alcuni concetti psicoanalitici (come proiezione, internalizzazione, ecc.) in passato sono stati accusati di essere puramente metaforici o “metapsicologici” anche perché non si conosceva il loro substrato neurale. Il fatto invece che esista una “imitazione” o una forma di rispecchiamento, cioè la riproduzione all’interno di noi stessi – e persino fin dalle prime ore di vita – di uno stato che riproduce quello del caregiver, può aiutare a comprendere meglio questi concetti. L’individuo ha una capacità innata e pre-programmata di internalizzare, incorporare, assimilare, imitare, recepire ecc., lo stato di un’altra persona, attraverso i neuroni specchio che rappresentano la base di questa capacità. Ma questa predisposizione per il raggiungimento della sua completa espressione ha bisogno di avere come complemento, un adeguato comportamento del caregiver che lo rispecchi, interagendo con lui in modo coerente o prevedibile. La qualità della relazione col caregiver quindi è di fondamentale valore, dal momento che, come anche Fonagy & Target (1993-2000) hanno mostrato nel contesto dei loro studi sulla funzione riflessiva ed elaborando alcune intuizioni di Bion (1962), quanto più la madre sarà in grado di connettersi e reagire il più correttamene possibile agli stati mentali del bambino, tanto più gli permetterà a sua volta di costruire la sua capacità di comprendere i propri stati mentali e anche quelli degli altri (vedi anche Fonagy et al., 2002). Come hanno mostrato Gergely & Watson (1996), il caregiver funziona come un “biofeedback sociale”, nel senso che il bambino modifica le proprie emozioni controllando le risposte del caregiver che gliele rispecchia, ad esempio attribuisce un significato a una emozione o percezione somatica osservando di rimando il riscontro affettivo della madre (vedi anche Sander, 2002).
La scoperta dei neuroni specchio ha cambiato il nostro modo di intendere i meccanismi alla base della comprensione delle azioni osservate. Infatti, l’osservazione di un’azione induce l’attivazione dello stesso circuito nervoso deputato a controllarne l’esecuzione, quindi l’automatica imitazione della stessa azione nel cervello di chi osserva. È stato dichiarato che questo meccanismo di simulazione possa stare alla base di una forma implicita di comprensione delle azioni altrui (Gallese et al., 1996; Rizzolatti et al., 1996; vedi anche Gallese, 2000, 2001, 2003a, 2003b, 2005a, 2005b, 2006; Gallese, Keysers & Rizzolatti, 2004; Rizzolatti, Fogassi, & Gallese, 2001, 2004; Rizzolatti & Craighero, 2004).
A questo punto possiamo cercare di comprendere le differenze tra i concetti di simulazione incarnata, consonanza intenzionale ed empatia.
Occorre innanzitutto distinguere, dunque, due diverse teorie della simulazione: la “simulazione standard” e la “simulazione incarnata”. Nella simulazione standard il soggetto si mette volontariamente nei panni dell’altro, cerca di vedere le cose dalla sua prospettiva, ricreando in se stesso, anche con l’immaginazione, gli stessi stati mentali (Gordon, 1986, 1995, 1996, 2005; Gordon & Cruz, 2004; Harris, 1989; Goldman, 1989, 1992a, 1992b, 1993a, 1993b, 2000, 2005). Ovviamente questa struttura, e la sua intenzionalità, non ci consente di pensare ad una comparazione tra cani e uomini secondo il paradigma della corrispondenza biunivoca. Nella simulazione incarnata, invece, non vi è assolutamente alcuna inferenza o introspezione, ma semplicemente una riproduzione automatica, non consapevole e pre-riflessiva, degli stati mentali dell’altro (Gallese, 2003a, 5 57 2003b, 2005a, 2005b, 2006). Le intenzioni dell’altro sono insomma direttamente comprese perché sono condivise a livello neurale, con quella che Goldman & Sripada, (2004) hanno chiamato “risonanza non mediata”, precedente alla simulazione standard. La simulazione incarnata permette di afferrare immediatamente il senso delle azioni e delle emozioni altrui. Entrambe le versioni di simulazione condividono comunque un assunto fondamentale: la comprensione degli stati mentali altrui dipende dalla simulazione di contenuti analoghi da parte di chi interpreta. E’ dunque per tal motivo, che nella comparazione uomo-cane, si possa immaginare il limite come quello delle emozioni semplici, essendo quelle complesse, fuori dalla portata dell’intelligenza emotiva dei cani, come già detto in precedenza.
Interessanti ricerche sui neonati mostrano la precocità del processo di simulazione.
L’importante studio di Meltzoff & Moore (1977), e il filone di ricerche che ne è seguito (vedi Meltzoff & Moore, 1994, 1997, 1998; Meltzoff, 2002), hanno dimostrato che neonati già a poche ore dalla nascita sono capaci di riprodurre i movimenti della bocca e del volto degli adulti che li guardano.
Il corpo del bambino, a cui lui non ha accesso visivo, simula quindi correttamente quello dell’adulto, ma non come un arco riflesso dato che informazioni visive vengono trasformate in informazioni motorie, con un meccanismo che è stato chiamato “mappatura intermodale attiva” (active intermodal mapping [AIM]: Meltzoff & Moore, 1997), la quale definisce uno “spazio reale supramodale” (“supramodal actual space”: Meltzoff, 2002) non legato ad un singola modalità di interazione, sia essa visiva, uditiva, o motoria. È ovvio che bambini così piccoli non possiedono alcuna capacità di simulare tramite inferenze, per cui deve esistere una simulazione incarnata automatica fin dalla nascita.
Questo processo intersoggettivo, che ovviamente continua e si espande nel corso di tutta la vita, potrebbe essere alla base del rispecchiamento materno di cui parla Winnicott (1967) e anche del concetto di “sintonizzazione affettiva” di cui parla Stern (1985). Un’ulteriore dimostrazione del rapporto tra simulazione incarnata e sviluppo della mentalizzazione è la recente scoperta che neonati di appena 12 mesi sono capaci di anticipare lo scopo di azioni compiute da altri se loro stessi sono già capaci di compiere quelle stesse azioni (Sommerville & Woodward, 2005; Falck-Ytter, Gredeback & von Hofsten, 2006), il che dimostra che certe abilità cognitive dipendono dallo sviluppo delle abilità motorie. Sono emerse poi prove recenti che mostrano che neonati di 15 mesi riconoscono già le false credenze (Onishi & Baillargeon 2005), per cui devono esistere meccanismi di basso livello che si sviluppano pienamente prima della competenza linguistica. Esattamente come avviene per i nostri cani che si mettano davanti la porta per uscire, già quando vedano il proprietario prendere i sacchettini igienici per una delle passeggiate giornaliere.
Per riassumere, mentre assistiamo al comportamento intenzionale degli altri esperiamo uno specifico stato fenomenico di “consonanza intenzionale”, che genera una qualità particolare di familiarità con gli altri individui, prodotta dal collassamento delle intenzioni altrui in quelle dell’osservatore. Ciò costituisce un’importante componente dell’empatia. Chiaramente, l’identità sé-altri non esaurisce tutto ciò che c’è nell’empatia. L’empatia, a differenza del contagio emotivo, comporta la capacità di esperire ciò che gli altri provano ed essere al contempo capaci di attribuire queste esperienze agli altri e non a sé stessi. La qualità ed il contenuto della nostra esperienza viva del mondo degli altri, implica la consapevolezza della loro esistenza nonché della loro alterità.
Questa alterità è d’altra parte evidente anche a livello sub-personale, essendo sostanziata dai diversi circuiti nervosi che entrano in gioco e/o dal loro diverso grado di attivazione quando siamo noi ad agire o ad esperire emozioni e sensazioni rispetto a quando sono gli altri a farlo.
La simulazione incarnata insomma costituisce un meccanismo cruciale nell’intersoggettività. I diversi sistemi di neuroni specchio ne rappresentano i correlati sub-personali. Grazie alla simulazione incarnata non assistiamo solo a una azione, emozione o sensazione, ma parallelamente nell’osservatore vengono generate delle rappresentazioni interne degli stati corporei associati a quelle stesse azioni, emozioni e sensazioni, “come se” stesse compiendo un’azione simile o provando una simile emozione o sensazione.
Ogni relazione intenzionale può essere vista come una relazione tra un soggetto e un oggetto. I sistemi di neuroni specchio che abbiamo descritto stabiliscono una corrispondenza tra le diverse relazioni intenzionali in modo neutro rispetto alla specifica qualità o identità del parametro dell’agente/soggetto. Attraverso uno stato funzionale condiviso da due corpi diversi che tuttavia ubbidiscono alle stesse regole funzionali, “l’altro oggettuale” diventa in una certa misura “un altro sé stesso”.
L’osservazione delle primitive reazioni empatiche, come quelle dei bambini che nella primissima infanzia si mettono a piangere al pianto di un altro bambino, hanno dato impulso agli studi di socio-biologia, circa i possibili fondamenti filogenetici delle omologhe predisposizioni comportamentali in alcune specie animali che hanno una spiccata caratterizzazione sociale. Così come sono ben documentate le forme di aiuto reciproco anche interspecifico, ad esempio tra balene e delfini, lo sono anche le forme di aiuto tra cani e uomini, le quali costituiscono, peraltro, la base del processo di domesticazione. Queste disposizioni sarebbero originate dalla necessità di difendersi dai predatori. Così, anche i comportamenti di condivisione vanno inquadrati nella stessa dinamica. In questa prospettiva, nella specie umana, i sentimenti che stanno alla base del comportamento altruistico o prosociale, quali la gratitudine, la simpatia, i sensi di colpa e persino il “senso della giustizia”, sarebbero il prodotto di un’evoluzione di forme di altruismo reciproco, praticate particolarmente dagli uomini in rapporto alla necessità di difendersi, di proteggersi dai nemici e di condividere (Trivers, 1983). L’empatia può essere considerata, nell’ambito dello sviluppo morale, come una disposizione cognitivo-affettiva che consente al soggetto di vivere lo stato emotivo di un’altra persona. Martin L. Hoffman (1991), nello studio del rapporto tra empatia e sviluppo morale, ha distinto uno stadio più primitivo, definito “empatia globale”, legato ai processi di contagio emotivo, le cui origini filogenetiche si trovano nel mondo animale, da stadi successivi in cui la componente sociale-cognitiva assume un peso maggiore, stadi nei quali emerge la consapevolezza che è un altro a provare quell’emozione (Camaioni). Queste acquisizioni richiamano l’osservazione, già nei bambini di 2 anni, della capacità di provare il “dispiacere simpatetico” che determina la partecipazione al dispiacere degli altri, con comportamenti di aiuto o consolazione, ben distinguibili nelle storie familiari di moltissimi proprietari di cani. Così, alla stessa maniera, si giunge all’osservazione dell’ira empatica, dove dal dispiacere empatico nei confronti della vittima, si passa all’ira verso il colpevole, assumendo il ruolo del “giustiziere”, già osservabile in alcuni bambini all’asilo nido; concetto questo, traslabile nel comportamento che nei cani assume una componente di rilievo (nelle dinamiche del branco), quando, ad esempio, si osservi un cane andare in soccorso di un altro che stia subendo l’aggressione di un terzo individuo e, “facendo branco”, lo si osservi scagliarsi contro l’aggressore con veemenza.
“SINTONIZZAZIONE DEI CERVELLI DESTRI UOMO CANE”.
Il contatto con gli animali favorisce il consolidamento delle capacità empatiche dell’individuo con conseguente miglioramento delle sue capacità emotive. La migliore descrizione di questa dimensione può essere resa dal concetto di empatia terapeutica. Questa sappiamo essere un meccanismo fondamentale del trattamento. Ma volendo approdare ad un terreno che non sia troppo astratto è interessante la restituzione fornitaci dalle neuroscienze. Sappiamo che l’empatia terapeutica può essere intesa non tanto come sintonia tra le cognizioni verbali del cervello sinistro quanto come una sintonizzazione psicobiologica non verbale del cervello destro. Proprio in tal senso viene fatto uso di transazioni affettive sincronizzanti per generare l’interazione e poi l’amplificazione degli effetti positivi che plasmano l’attaccamento del paziente all’animale co-terapeuta. Questo attaccamento con l’animale è incarnato dai termini delle influenze inconsce eppure reciproche durante le quali si stabilisce la testa alleanza terapeutica che si stabilirebbe con un terapeuta umano, ma con molti meno filtri. L’utente può stabilire con l’animale una vera e propria sintonizzazione vitalizzante, nella connessione tra i “cervelli destri”. Rammentiamo infatti come “già alcuni anni fa Giorgio Vallortigara, oggi direttore del Laboratorio di Cognizione Animale e Neuroscienze del CIMeC, aveva condotto uno studio sull’argomento osservando le modalità di movimento della coda dei cani in situazioni diverse; quel lavoro aveva già dimostrato che entrambi gli emisferi si occupano delle funzioni emozionali e sono specializzati uno – quello destro, n.d.r. – nelle emozioni “positive” (affetto, desiderio di avvicinamento), l’altro – quello sinistro, n.d.r. – in quelle “negative” (rifiuto, fastidio), che si riflettono nelle due parti del corpo comandate. Uno studio condotto sui cani ha dimostrato che anche loro usano parti diverse del cervello per processare informazioni diverse: il loro emisfero sinistro è specializzato nei contenuti puramente verbali; quello destro invece è utilizzato per analizzare le caratteristiche della voce e il suo contenuto emotivo. Parallelamente agli esseri umani, essi usano l’emisfero sinistro per analizzare i contenuti fonemici significativi, riconoscibili e familiare; usano invece quello destro per suoni e lingue sconosciute, analizzando i segnali che riguardano intonazione e ritmo e quelli preminentemente legati al mittente del suono e all’emotività della comunicazione. Ecco dunque sugellata la connessione dei cervelli destri. Ovviamente la sintonia emotiva richiede una laboriosa strategia di relazione che deve essere opportunamente mediata da operatori competenti, poiché grande, ma non benefica, influenza, potrebbero avere quegli affetti primitivi disregolati del cervello destro, tra i quali annoveriamo vergogna, disgusto, terrore, rabbia e disperazione oltre che euforia ed eccitazione che vanno comunque opportunamente tenute sotto controllo. Tra gli animali e l’utenza si possono sviluppare quei meccanismi descritti da affetti di transfert espressi dagli utenti, e da reazioni controtransferali viscerali e somatiche da parte del cervello destro del cane per fare l’esempio più probante. L’alleanza tra cane e uomo, scevra da filtri d’ogni tipo, rappresentati ad esempio dalle sovrastrutture sociali e culturali, fa sì che l’utente percepisca l’animale a livello inconscio come “luogo sicuro” talmente tanto rassicurante da favorire una più profonda rivelazione del sé, che sebbene sia vissuta con l’animale co-terapeuta, può essere indagata dal terapeuta umano.
Ciò che avviene è che i meccanismi di difesa concepiti come strategie inconsce di regolazione emotiva volte a evitare, minimizzare o trasformare affetti troppo difficili da tollerare, crollano con gli animali. E se dunque le cognizioni “calde” abbiamo contezza del fatto che inneschino delle discontinuità non lineari nel cervello destro (degli esseri umani), che comportano una disregolazione della funzione del sé, la sintonizzazione piacevole e benefica che si può raggiungere con gli animali lavora nel verso diametralmente opposto, portando verso l’unità del sé. E queste attività con gli animali possono assumere una funzione di prevenzione dell’insorgere di stati terrifici quando si sia investiti da intense emozioni, che possano potenzialmente disorganizzare in maniera traumatica il sistema del sé. Questo può essere di grande ausilio per la creazione di quei modelli operativi interni all’emisfero destro che verranno codificati per attuare le strategie di regolazione affettiva e di guida del comportamento nei rapporti interpersonali, prima con l’eterospecifico animale, e poi attraverso sapiente lavoro di generalizzazione mediato da chi abbia la responsabilità della parte psicoterapica, con gli esseri umani. Se le predisposizioni percettive del cervello destro nella sua precoce formazione rapidamente quanto inconsciamente rilevano gli stimoli percepiti come minacciosi, si possono strutturare delle strategie di gestione dello stress settando con attenta programmazione una sintonizzazione emotiva benefica tra l’uomo e l’animale, per lavorare su quegli aspetti di disregolazione del sé che fanno capo proprio agli venti minacciosi. Insomma la relazione terapeutica con gli animali aiuta a mitigare l’attivazione della parte del cervello destra sollecitata oltre misura dalla dimensione delle emozioni negative, e dunque contrasta con la disregolazione del sé.
La relazione con l’animale diviene una sorta di meccanismo terapeutico di riparazione interattiva, che facilita la regolazione reciproca dell’omeostasi affettiva, con il vantaggio di avere un minor grado di possibilità di dar luogo ad evitamenti difensivi da parte dell’utente, che invece potrebbero comparire nei confronti del terapeuta umano.
La natura stessa dell’animale co-terapeuta consegna ad esso una tolleranza affettiva esponenzialmente maggiore rispetto al terapeuta umano, come nel caso del cane per esempio, divenendo tale elemento dirimente nella valutazione dei benefìci delle relazioni terapeutiche, sia per gamma quanto per tipologia ed intensità delle emozioni esplorate nell’alleanza terapeutica. L’attenzione va alla forma prosodica cioè a tutte quelle strutture di comunicazione delle emozioni guidate dall’emisfero destro ed interpretate dallo stesso emisfero destro dell’operatore.
La tecnica terapeutica è volta al potenziamento delle emozioni da un livello esperienziale sensomotorio primitivo e simbolico a un livello rappresentazionale simbolico maturo, mutuato dal lavoro dello psicoterapeuta che deve condurre l’utente verso quella generalizzazione che consenta il passaggio dalla relazione con l’eterospecifico alla relazione con il prossimo, creando le basi per la strutturazione di una posizione autoriflessiva che possa valutare il significato di questi affetti, partendo da quello nei confronti dell’animale, per approdare a quelli nei confronti del genere umano. Questo può avvenire se in quest’ambiente terapeutico interattivo che facilita la crescita emozionale, il lavoro dello psicoterapeuta mira a promuovere nell’utente un processo di auto-organizzazione del sé capace di modulare in maniera efficace una gamma affettiva più ampia, di integrare le emozioni in una varietà di stati motivazionali adattivi, e di utilizzare gli affetti come segnali e che conducano l’individuo a collegare stati comportamentali coerenti a contesti sociali appropriati.
La ricostruzione o il potenziamento della capacità di autoregolazione dell’utente diviene obiettivo precipuo. La capacità di regolare in maniera flessibile gli stati emotivi attraverso le interazioni con gli animali in quella che è una regolazione interattiva mediata dagli operatori, e dunque attentamente eterodiretta, può essere generalizzata sugli esseri umani. Questo pur partendo dagli animali, che rappresenta una autoregolazione in contesti di autonomia, proprio perché incarnata dall’assenza di altri esseri umani. Il lavoro dello psicoterapeuta conduce poi l’utente/paziente alla capacità flessibile di passare in maniera adattiva tra queste due modalità di regolazione.
Nel lungo periodo l’obiettivo terapeutico è quello di riorganizzare i modelli operativi interni insicuri trasformandoli in modelli sicuri acquisiti attraverso la relazione terapeutica con l’animale, porto sicuro delle emozioni umane. Questi modelli sicuri rendono possibili più articolate modalità di organizzazione intrapsichica che possono essere traslate sui comportamenti interpersonali, giungendo ad un avanzamento evolutivo della capacità di mantenere un di sé coerente, continuo ed unificato. E questo potrà avvenire in un ampio spettro di contesti sia familiari che estranei al nucleo familiare. Ecco dunque come la relazione con l’animale, funzione del cervello destro e substrato biologico della mente inconscia dell’essere umano, può avere una connotazione terapeutica ad ampio spettro.

Giovanni Giacobbe